PNRR, COSI' LA BUROCRAZIA L'HA INABISSATO

PNRR, COSI' LA BUROCRAZIA L'HA INABISSATO

PNRR, COSI' LA BUROCRAZIA L'HA INABISSATO

Servirebbe disperatamente una storia di crescita, una strategia per uscire dal quarantennale e progressivo sortilegio che relega il Paese a questi ultimi posti (confermato nella previsione di aumento del Pil previsto dal Fondo monetario per il 2026). L’avremmo questa storia di crescita, o l’avremmo avuta: il Piano nazionale di ripresa e resilienza da 194 miliardi di euro, partito con la pandemia e in scadenza proprio quest’anno. Certo, nel tempo si è inabissato in modo carsico.
Si parla a volte di quanto denaro l’Italia sia spendendo, come se questo fosse l’obiettivo in sé. Non si parla mai dei risultati che esso sta producendo: quanti asili nido, quanti successi nei sistemi di formazione e avviamento al lavoro, quanta accelerazione nei tribunali? Ma c’è una scusante: su tutto ciò regna l’opacità assoluta, non solo dal governo verso l’esterno ma probabilmente all’interno stesso del governo.
Di recente si è occupato di quei risultati Assonime, l’associazione delle società italiane per azioni, con la fondazione indipendente Openpolis. Si legge in uno dei quaderni più recenti di Assonime in proposito: «La difficoltà nell’effettuare valutazioni precise sullo stato di avanzamento delle opere e sul loro impatto effettivo a livello nazionale rimane considerevole, anche a causa della carenza di dati e del processo di costante rimodulazione del Pnrr». E ancora: «È legittimo dubitare che le stesse amministrazioni abbiano una piena consapevolezza della situazione in atto. I dati presenti in Regis, la piattaforma di rendicontazione del Pnrr non accessibile al pubblico, non sembrano infatti fornire le informazioni necessarie per definire un piano di project management efficace».

I dati del Piano

Con queste cautele, Assonime e Openpolis sono riuscite a fare degli approfondimenti spostando il punto focale: non sulla spesa, ma sui risultati concreti della spesa in alcune missioni vitali per la crescita dell’Italia. Ecco dunque sei aspetti che emergono, fra i meno noti:

  1. I meccanismi che avrebbero dovuto integrare di più giovani e donne nel mercato del lavoro nelle funzioni qualificate – vera debolezza italiana nel confronto europeo – sono stati aggirati e smontati. Le norme prevedevano che il 30% delle assunzioni legate all’aggiudicazione dei bandi del Pnrr avrebbe dovuto essere riservato proprio a giovani e donne. Ma è stata introdotta una lista di nove motivazioni possibili per ottenere una deroga e, alla fine, due terzi (64%) dei progetti non rispettano il vincolo del 30%.
  2. Il continuo susseguirsi di richieste di modifica ha contribuito ad accrescere l’opacità e l’incertezza quanto a obiettivi e risultati. Solo la sesta e (per ora) ultima ha interessato 174 misure ovvero il 60% di tutte le misure contenute originariamente nel Piano.
  3. Si è scelto di togliere 1,4 miliardi alla promozione delle rinnovabili per le comunità energetiche (distretti di imprese in cooperazione fra loro) e all’autoconsumo delle aziende che si dotano di tecnologie pulite. È stata forse fra le scelte meno felici, alla luce della crisi di Hormuz e della minaccia che rappresenta per la manifattura. Confapi, la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, proprio in questi giorni sta chiedendo al governo sostegno per sviluppare pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni e turbine eoliche, dove possibile, in azienda.
  4. Le politiche per il lavoro del Pnrr, con 7,7 miliardi, sono fra le più importanti per la crescita ma hanno risultati sfuggenti. Impalpabili. Il programma Gol («Garanzia di occupabilità dei lavoratori») dovrebbe rilanciare i centri per l’impiego e a integrare i servizi formativi per i disoccupati. Ma sembra in buona parte rimasto sulla carta, un adempimento solo formale. A più di tre anni dall’avvio della riforma, sono il 57% i beneficiari del programma Gol per cui i «soggetti attuatori», cioè i centri per l’impiego, sono riusciti a ottenere tutte le informazioni necessarie per certificare le competenze acquisite. In sostanza quasi metà dei disoccupati coinvolti hanno preso i corsi, ma non è chiaro cosa abbiano imparato e dove possano lavorare con quanto appreso. Nota Assonime: «Un approccio assai formalistico sulla definizione di ‘individuo formato’ rende difficile valutare la qualità effettiva della formazione erogata e il suo impatto sull’occupabilità». Peraltro, mancano i dati per valutare l’efficacia (e l’aderenza alle esigenze delle imprese) della formazione fornita.
  5. Uno dei maggiori fallimenti del Pnrr sta nel progetto sugli Its, gli Istituti tecnologici superiori. In Italia gli adulti che hanno questa formazione professionalizzante breve dopo le superiori sono pochissimi: appena lo 0,1% della popolazione adulta – molto sotto alle medie europee – malgrado la grande domanda delle imprese. Ma il fatto che il loro diploma non sia equiparato a una laurea triennale continua a scoraggiare le famiglie. E malgrado 1,5 miliardi di investimenti del Pnrr per potenziare e migliorare proprio gli Its, gli iscritti nel 2025 sono stati appena undicimila (in calo dal 2023). Poco importa che quasi nove su dieci poi trovino posti di lavoro qualificati piuttosto in fretta. Per confronto, nello stesso 2025 i laureati delle università telematiche sono stati quattro volte più numerosi.
  6. Il piano per la digitalizzazione della giustizia da 194 milioni formalmente è completato, ma nella sostanza non sta funzionando. Il peccato originale è nel disegno della riforma: anziché far migrare i dati sul cloud, tecnologia del ventunesimo secolo che permette maggiore sicurezza e fluidità negli accessi, si è scelto di creare un «datalake» («lago dei dati») come in Occidente nessuno fa più da una ventina di anni. Risultato: blocchi e malfunzionamenti continui, banche dati che non si parlano, ritardi nei processi telematici. Dal 2023 a settembre 2025 il numero di procedimenti civili aperti, invertendo una tendenza che durava dal 2011, ha ripreso a crescere: da 2,72 a 2,91 milioni di casi. Se continuasse così, non sarebbe chiaro per cosa l’Italia avrebbe speso 2,9 miliardi per velocizzare e razionalizzare il lavoro dei tribunali.
    (estratto dalla newletter di Federico Fubini «Whatever It Takes» per il Corriere della Sera)