I PIANI TERAPEUTICI? UNA PASTOIA BUROCRATICA
I PIANI TERAPEUTICI? UNA PASTOIA BUROCRATICA
I PIANI TERAPEUTICI? UNA PASTOIA BUROCRATICA
«I piani terapeutici? Un inutile fardello burocratico».
Fortunato Arenga è dirigente medico cardiologo in una struttura pubblica di Napoli, specializzato in cardiologia clinica, UTIC ed ecocardiografia. Non usa giri di parole.
Come mai è così tranchant?
«Perché sono un dramma. E non è un'opinione personale: è condivisa dai colleghi e dai pazienti».
Partiamo dall'inizio. Cosa sono i piani terapeutici?
«Sono strumenti che danno accesso alla rimborsabilità di alcuni farmaci. Il cardiologo ne gestisce una decina: farmaci per lo scompenso cronico, salvavita, anticoagulanti, fondamentali per la prevenzione. Non siamo gli unici coinvolti: anche diabetologi, nefrologi e oncologi si trovano nella stessa situazione».
Dove sta il problema?
«Il più grave è il sovrapporsi delle piattaforme. Per fare un piano terapeutico devi accedere a due sistemi: uno nazionale, di AIFA, uno regionale, Sinfonia 2.0. Ma in Campania ce n'è addirittura una terza, che si chiama Saniarp. Tre piattaforme diverse. Allucinante».
E per il paziente?
«Deve prenotare al CUP, attendere l'appuntamento, fare una visita — una visita intera — unicamente per rinnovare un pezzo di carta,perché la valutazione clinica va fatta per tutti i farmaci e non solo per quelli da piano terapeutico. E se le date non coincidono con la scadenza del piano? Gli sospendono l'anticoagulante. Il giorno dopo può avere un ictus».
Non si riesce a ovviare?
«Le unità operative dedicano un medico al solo rinnovo dei piani terapeutici. Stai sottraendo una risorsa al reparto, allungando le liste di attesa, per gestire farmaci cronici, salvavita e spesso a bassissimo costo ».
Almeno il risparmio sulla spesa farmaceutica giustifica tutto questo?
«Macché. Ci sono anticoagulanti ormai fuori brevetto che costano tre euro».
Cosa andrebbe fatto, concretamente?
«Primo: una volta avviata la prescrizione per un paziente cronico, il controllo deve essere automatico, non ha senso farlo scadere ogni 180 giorni per farmaci che si prendono a vita. Secondo: la durata minima deve essere di un anno. Per gli anticoagulanti, in Lombardia i piani terapeutici non esistono nemmeno: funziona ugualmente».
C'è altro?
«Sì, e non è meno grave: è l'inerzia prescrittiva. Di fronte alle difficoltà burocratiche, il medico evita di prescrivere il farmaco corretto e ricorre ad alternative — magari portando una statina ad alti dosaggi, con più effetti collaterali. O più semplicemente non modifica una terapia che andrebbe cambiata, anche quando i parametri del paziente lo richiedono chiaramente. La burocrazia non rallenta solo i medici: danneggia i malati».